mercoledì 3 aprile 2013

L'alta moda, gli stilisti, gli artisti, le visioni, gli spazi, le interferenze.. Da mondi possibili a mondi vivibili.

di Cristina Senatore

Gli stilisti attraverso le loro creazioni animano i mondi che altri immaginano o desiderano. Danno voce ad esigenze e desideri. Mostrano quello che è possibile. Quello che potrebbe o dovrebbe essere. è questo forse il senso dell'alta moda, della moda quando ha un senso.. tradurre le visioni in spazi abitabili, cioè desiderabili da tutti perché comprensibili da tutti, nei quali vigono nuovi equilibri, nei quali è possibile ribaltare le situazioni e i punti di vista.

Per questo potere che ha la moda di realizzare, dare concretezza a mondi immaginari, è particolarmente importante per le sue enormi potenzialità l'incontro tra la moda e l'arte. La creazione di alta moda ha senso che incontri l'arte quando incontra le visioni degli artisti e non quando li scimmiotta in quelle collezioni che li celebrano traducendo pedissequamente in texture i loro segni e colori.


Salvador Dalì è sicuramente l'artista che ha meglio compreso e sfruttato questo potere della moda e della moda unita all'arte e per questo vi si avvicina... Elsa Schiaparelli era l'unica che poteva rendere concrete le sue visioni, l'unica che poteva fare andare le persone in giro con una scarpa in testa o un'aragosta addosso... Il mondo della moda, le vetrine, le riviste, le pubblicità, le passerelle, erano il mezzo che quel gran "approfittatore" (come Dalì stesso si definiva) aveva individuato per diffondere e portare alla gente la sua visione delle cose. Alla gente, a tutti, al di là dei confini del mondo dell'arte, nei quali se fosse rimasto, probabilmente non sarebbe sopravvissuto a lungo a causa di una critica ingiusta che lo voleva, e lo vuole tuttora, inferiore fra i surrealisti di cui ritiene che Dalì abbia mescolato le visioni e le intuizioni per approdare ad ibridi di inferiore valore concettuale ed espressivo. 
"A causa mia un giorno si sarà costretti ad occuparsi della mia opera" (S. Dalì, Diario di un genio, SE, Milano, 1996, p.45)



Il messaggio che portava Dalì, la sua visione delle cose -sulla centralità della donna, sulla società, sul metodo stesso per leggere l'intorno e agire al suo interno - era difficile da fare arrivare alla gente e persino a chi si intendeva o si intende di arte, il suo messaggio si sarebbe perso se l'artista non avesse trovato il modo per diffonderlo. Fiducioso, egli credeva che con il tempo qualcuno avrebbe capito o almeno avuto la bontà di studiarlo un po' oltre le apparenze.. 

A volte il tempo che ci è dato non è sufficiente, Dalì era consapevole di avere precorso i tempi e che in suo potere era solo di legare le sue visioni all'immaginario collettivo per assicurargli, diceva lui, l'immortalità, comunque per garantirgli una vita lunga affinché approdassero ai tempi maturi per accoglierne o almeno discuterne il senso. Era per il momento importante disegnare la donna con la testa fiorita e diffonderla, attraverso le pagine pubblicitarie, una cover di Vogue o addirittura attraverso un cartone animato (vedi "Destino" disegnato per Disney nel 1945-46).. poi fissata l'immagine qualcuno si sarebbe chiesto che senso avesse, avrebbe poi scavato, oppure senza scavare, Dalì avrebbe contribuito ad "inquinare i sogni" della gente comune che avrebbe agito di conseguenza... si chiamano "interferenze". 






[Immagine da Gabriele Mina*, che ringrazio per la black box]




martedì 19 marzo 2013

Segreti e Seni Alati nei cieli del Perugino.

di Cristina Senatore

                             
      
 [cliccare sulle immagini per ingrandirle]

Questa mattina riguardando il dipinto del Perugino, La consegna delle chiavi a San Pietro (Cappella Sistina Roma. 1481 - 1482) in cielo mi è parso di vedere ben distinte alcune figure e più precisamente sul lato sinistro il volto di un uomo anziano e barbuto, sul lato destro due seni alati e una bocca di donna. 


Ho ripetuto l'immagine (fig.1, cliccare per ingrandire) e nel riquadro centrale ho solo aumentato il contrasto delle due porzioni di cielo considerate. Nella terza ripetizione ho tracciato con linea bianca i contorni di quello che vedo.



è curioso come dalla ipotetica pupilla del signore anziano (raffigurazione di Dio?) sulla destra si possa tracciare, seguendo quella che sembra la direzione dello sguardo, una retta che passa per la bocca di Gesù (ritratto nel momento in cui pronuncia queste parole: "tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli." Mt 16,19) e per le mani di Gesù e di Pietro e che la linea ricalchi la chiave d'oro. 

I seni alati e la bocca sulla destra.. potrebbero essere la sintesi visiva di una (ma)donna.



Bello immaginare che la Madonna, donna per eccellenza, sia stata resa con un paio di seni celesti alati.. presenza di cielo disciolta nell'aria che sorveglia dall'alto affianco a Dio l'azione che il figlio compie in terra per volere del padre. 

Colpisce, ammesso che sia vera, la sintesi visiva della donna sopratutto se la si colloca nel '400 prima del   famoso "less is more" che induce la progettazione anche della comunicazione visiva a ridurre ai minimi termini le architetture e le cose.

(altre note sull'Arte, in questo blog nella pagina: http://ilbaulevolante.blogspot.it/p/appunti-sullarte.html)


giovedì 3 gennaio 2013

Arriva l'Architettura contro la TELE - visione. Piscinola, Napoli nord, impressioni dal basso sul progetto l'Unité d'habitation aléatoire di Cherubino Gambardella

Scampia e Piscinola. Piscinola e Scampia. La notizia di oggi, anche quella di ieri: un nuovo arresto.

Arrestare: Assicurare qlcu. alla giustizia su mandato dell'autorità giudiziaria
Arrestare: fermare, bloccare il movimento di qlcu. o di qlco. 

Arrestare quelle storie sempre uguali e che ci hanno stancato e che sembrano finte tanto sono surreali, ci vorrebbe un cambiamento vero, serio, reale. Quelle storie sempre uguali di spaccio, di detenzione di armi, di bambini ingaggiati a fare i "pali", di donne incinte usate come corrieri della droga, di uno Stato lontano, perennemente assente che si fa vivo di tanto in tanto con la parata dell'esercito nello schieramento dei posti di blocco, come fossero bancarelle del torrone durante una festa di paese, che passa il Santo e passa la festa! Quelle storie sempre uguali, che ci hanno stancato, che sembrano finte e invece sono vere.

Morti. Morti ammazzati, morti fra la folla, morti innocenti, morti nei giardini delle scuole dell'infanzia, 47 il morto che parla, il sangue fa 18. Morti vivi, murati vivi nelle mura della propria casa, fra due pareti di cui una removibile, TELE-comandata. Storie di madri che vivono con in tasca il TELE-comando di una delle pareti di casa dietro cui vive il proprio figlio che a soli 20 anni è capo-clan-camorrista-latitante, morto-vivo, vivo-morto, più morto che vivo. Storie di TELE-comandi e TELE-comandati, storie di TELE-comandamenti. Storie  s e m p r e  u g u a l i  che finiscono in TELE-visione, nei TELE-giornali, tutti i giorni. Storie da Napoli nord. Da Scampia e Piscinola. Piscinola e Scampia.

tèle- [Der. del gr. tèle "lontano"] [LSF] Primo elemento di parole composte, nelle quali significa: (a) "lontano, da lontano"; (b) riferito a telefonia o telefono, telegrafia o telegrafo, televisione e simili.

televiṡióne s. f. [comp. di tele- e visione, sull’esempio dell’ingl. television].
1. Sistema di telecomunicazione destinato alla trasmissione a distanza
2. estens. a. L’organizzazione tecnica, amministrativa, artistica che provvede all'esecuzione e alla diffusione dei vari programmi televisivi

TELE-visione. Visione da lontano. 

Lontane dalla città, lontane dalle abitudini e dai modi di fare di chi ci avrebbe abitato, lontane persino dalle esigenze del vivere civile, edifici, abitazioni tutte uguali, destinate a gente con storie che tanto sono sempre tutte uguali! Case in serie, serie di case. Case come loculi. Scatolette stipate in scatole più grandi. Case come fossero penitenziari. Perché tra il penitenziario e le case, messi l'uno difronte alle altre, non c'è differenza. Si assomigliano. Si guardano come fossero messe davanti ad uno specchio, sviluppano un linguaggio comune, si stringono in un dialogo fitto fitto, si raccontano storie che finiscono per assomigliarsi. Così, a guardarle, sembra che siano state concepite e costruite le case, gli edifici a Piscinola e Scampia, da lontano. Lontano da tutto. In una visione delle cose che è una Tele-visione, lontana da tutto e che allontana da tutto.


Scampia. Carcere di Secondigliano (foto da web)

"Case Celesti" di Scampia, dette "Case dei puffi" (foto da web)



Case nell'area di Napoli nord (fotografate da me)




Case a Scampia. (fermo immagine da Google Maps)


Case a Piscinola (fermo immagine da Google Maps)


Parchi di case in costruzione a Napoli Nord. (foto da web)



Questo è lo scenario che fa da sfondo al progetto dell'Arch. Cherubino Gambardella: "Unité d'habitation aléatoire". Case a Napoli Nord. Tra Scampia e Piscinola. 

Unité d'habitation aléatoire, progetto dell'arch. Cherubino Gambardella. 
(Fotografie tratte dalla sua pag. fb)


Il blu lo ha scelto, ho letto sulla pagina fb dell'arch., perché gli ricorda il mare e con il suo progetto pensava ad una nuova "Procida Verticale". Apprendo anche, sempre tramite fb, che "ogni casa ha una metratura diversa e finestre diverse è un montaggio di resti di cubatura".
Case, non tutte uguali, per gente con storie che possono smettere di essere tutte uguali. Case diverse, ognuna con il proprio destino, non per forza prevedibile. Facciate dove finalmente la simmetria si perde e l'occhio gioca a trovare corrispondenze che non ci sono e finalmente immagina. Immagina come sono dentro le case. Un'architettura che chiede di essere colonizzata dalla fantasia, che lascia spazio, che prevede, che attende l'invasione. 
Sulle facciate dei palazzi sono scritte le storie di chi ci abita, ma quando li disegni i palazzi o li costruisci, le facciate sono una promessa. Chi progetta e chi costruisce se lo dovrebbe ricordare. L'architettura è fatta per accogliere le persone con le loro storie, ma anche un po' quelle storie le scrive. Chi abita un luogo crea il luogo, ma anche è influenzato da ciò che gli sta intorno. E lì, nel dialogo intimo che si instaura tra le persone e i luoghi, credo, c'è l'architettura.


Qualcuno a commento delle fotografie postate su fb (riportate sopra) si augura che chi abiterà gli appartamenti "non chiuderà con orribili verande i balconi", l'arch. Gambardella gli risponde: "sono immaginati per essere chiusi, al sud è così e l'architettura deve diventare più bella con le aggiunte popolari!"

Questo mi piace di questo progetto, che finalmente qualcosa cambia, per strada, nelle strade che faccio sempre. Un'architettura che tiene conto di quello che c'è, che non viene da lontano, ma trasforma da dentro. Non giustapposta ma ricavata. Quando si vuole cambiare qualcosa davvero si deve cominciare dall'uscire per strada, dall'incontrare gli altri, nelle strade di sempre. 
Nelle trasformazioni qualcosa resta e qualcosa cambia. Uno la sente propria la trasformazione se si riconosce in qualche modo nel cambiamento, se dentro c'è qualcosa di familiare. Se non ti senti estromesso, ingabbiato, sei anche disposto a cambiare. Ti viene voglia di cambiare. Il nuovo deve essere stimolante non spiazzante. La bellezza va cercata nelle cose che esistono, va costruita a partire da quello che c'è. Pure perché quello che c'è continuerà ad esserci in ogni caso, quindi meglio sposarlo. Non tenerne conto sarebbe come ingenerare una inutile guerra e la trasformazione porterebbe solo ad nuovo squilibrio. 


Facciate da Napoli nord, modi di abitare, la veranda, le antenne paraboliche, i panni stesi.. 





(fermi immagine da Google Maps)
(mia fotografia da asse mediano, napoli nord) 




"Monumento alla veranda" 
disegno di Cherubino Gambardella dalla sua pagina fb

"Monumento al balcone ignoto ottimista e mediterraneo" 
disegno di Cherubino Gambardella dalla sua pagina fb






Unité d'habitation aléatoire, progetto dell'arch. Cherubino Gambardella. 
(Fotografie tratte dalla sua pag. fb)


Cherubino Gambardella descrive cosi su facebook il suo progetto "Unité d'habitation aléatoire":

"Una nuova strada oltre i montaggi di MVRDV e di Koolhaas , oltre la malinconia costosissima di kazujo seijma. L'interazione a bassa tecnologia e a basso costo. Un edificio con una moltitudine di finestre , balconi, riliev. Semplice e sontuoso come l'abito di un povero nasce per trasformare il caso in bellezza democratica.
aspetta di essere cannibalizzato per divenire potenza espressiva allo stato puro , è comune e convenzionale ma è più forte delle Vele di Scampia perché pensa solo ad oggi e si ispira agli etimi più nobili della speculazione edilizia.
A Napoli Nord in uno dei paesaggi più duri del mondo ecco un'unità di abitazione che si costruisce senza storia e senza avanguardie montando tutto nell'immaginario impreciso del tempo presente".

Disegno di Beniamino Servino su 
l'Unité d'habitation aléatoire di Cherubino Gambardella

Mi piace questo intervento di Servino sul lavoro di Gambardella, quasi me lo aspettavo, è come un ponte che unisce due sponde. 

"La lingua parlata e il linguaggio usato nella costruzione di un luogo fisico sono sovrapponibili. Quando questo non avviene chi parla quella lingua vive lo spaesamento di abitare un luogo di cui non capisce il linguaggio [non ne decodifica l'apparato iconografico-simbolico]. E allora lo rifiuta [quel luogo] e lo deturpa [quel luogo] oppure ne ha timore e lo rispetta [quel luogo]. Spesso lo consuma semplicemente. "

"Abusi di necessità. [...]
Necessario. Da cui non c'è modo di ritirarsi. Io non posso ritirarmi da un bisogno."

""Ma per essere condivisa e sostenuta [la pietas] deve essere riconosciuta. Deve essere rappresentata [la pietas] in una forma generata dal bisogno. Deve mostrare fiera la sua genesi, ma assumere una dimensione dilatata ipertrofica ciclopica smisurata, Ma ancora riconoscibile. Una anamòrfosi liberatoria, immaginifica."

(da Monumental Need di Beniamino Servino)

Caserta e Napoli. Due città diverse. Parlate diverse. Abitudini e problemi diversi. Tradizioni culinarie diverse.   Leggende diverse. Due città dalla provincia così estesa che si sfiorano, quasi si fondono senza però ancora incontrarsi. Quando guardo al lavoro dei due architetti, e lo guardo perché mi affascina e forse anche perché dentro trovo tracce rassicuranti di storie che conosco, rivedo le loro due città, poi però mi accorgo che dentro a quello che dicono e quello che fanno c'è qualcosa, di opinabile forse, ma che andrebbe bene per una qualunque città, per tutte le città. Nella diversità dei loro lavori, a volte, mi sembra che le loro città si incontrino in una nuova città possibile. Realmente possibile.


Ogni tanto sento contrapporre l'architettura italiana all'architettura internazionale. E non ne capisco il senso. Già "architettura italiana" mi sembra una enorme forzatura. Per me l'architettura è una. Consiste in un modo di fare le cose che nasce dall'esigenza di farle. Un modo di fare che assume caratteristiche specifiche in rapporto alle esigenze specifiche del luogo (posto+persone) dove si vuole costruire. E per luogo intendo proprio la città e ancora di più la porzione di città nella quale si deve edificare. Per cui tutta l'architettura è locale, strettamente connessa al luogo dove sorge e si sviluppa. Non potrebbe essere altrimenti. Il bello dell'architettura è che è fatta di teoria finalizzata alla pratica. Deve attenersi a questioni reali. Per questo anche l'architettura internazionale, per me, è architettura locale, connessa al luogo in cui nasce. Piuttosto sarebbero forse utili altri tipi di distinzioni, ad esempio fra l'architettura che è "esportabile" e quella che non lo è. Architettura "esportabile": che si sviluppa in un luogo specifico affrontando e risolvendo le problematiche legate a quel luogo ma anche che nel condurre la sua indagine, nel cercare le sue soluzioni va a fondo, nelle persone che fanno il luogo e nel territorio, a toccare questioni umane e ambientali universali, con dentro caratteri universali declinabili e adattabili a vari luoghi.

Ad una architettura esportabile piuttosto che internazionale mi fanno pensare appunto le ricerche di Gambardella e Servino. Che sono specifiche e diverse, ma dialogano tra loro e non solo tra loro e dicono cose che superano il luogo nel quale e per il quale nascono, che sono contemporanee, e partendo dalle esigenze di una comunità specifica captano e offrono soluzioni alle esigenze degli individui del nostro tempo, ovunque essi si trovino. 

Cristina Senatore

martedì 4 dicembre 2012

The Daily Facebook | N.25 del 04.12.2012_L'Architettura, la Chiesa, il Sacro e la Crisi della (loro) Forma.

[The Daily Facebook è una rubrica di questo Blog. Una sorta di Diario del diario di fb. Non però una cronologia, piuttosto un resoconto assolutamente NON obiettivo. Un esperimento. Una restituzione di quello che succede sulla mia pagina Fb (e sulle pagine dei miei contatti) giorno per giorno. Una mappa sentimentale, costruita su legami e logiche assolutamente personali. Messi insieme secondo una logica dichiaratamente arbitraria. Una visione palesemente distorta (e perciò sentimentale) di ciò che accade, di quello che vedo, di quello che attira la mia attenzione. Brevi storie fatte di frammenti, che non vogliono essere punti di arrivo, ma s-punti di partenza]

Ieri, scorrendo la mia home di fb ho notato che sulle loro pagine due fra i miei contatti, Michele Vassallo e Beniamino Servino, hanno pubblicato rispettivamente e quasi contemporaneamente questi due contenuti:




 "Meditazioni sul sacro. Della meraviglia e della familiarità/Meditations on the sacred. About wonder and familiarity." disegno di Beniamino Servino. 

disegno di Beniamino Servino

Il primo è un video di youtube girato all'interno del meeting di "Comunione e Liberazione" che ha avuto luogo nel 2011 a Rimini. Di cui trascrivo alcune parti dell'audio: 
(parla l'autore del video, Saverio Tommasi:)"Una chiesa privata in linea con gli umori della destra italiana, confidente di banchieri e imprenditori, è il volto di Comunione e Liberazione che ogni anno si ritrova a Rimini in nome dell'amicizia e ne esce rinnovata negli affari. Comunione e Liberazione ha oggi uomini chiave negli istituti di credito, banche e fondazioni. [...] Il meeting è una grande fiera, si vende tutto, senza distinzione, automobili, le monete con la faccia di papa Ratzinger.. il folletto.  Gli sponsor: Novartis, Banca San Paolo, Eni, FinMeccanica, il Casinò, la Nestlè..  
(parla uno degli intervistati:) "Le vie cui il Signore cerca di prenderti sono tutte, io ho conosciuto il movimento per una questione di "morroidi"" 


Poco sotto i post di Servino e Vassallo, sulla home di fb, compare questa fotografia pubblicata da El Mercadillo:



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Un video pubblico che documenta un evento che coinvolge centinaia di persone e di aziende (quindi con un peso e una rilevanza sul piano economico e sociale) e che si sviluppa intorno alla chiesa (cattolica) e al senso che questa costruisce (e ha costruito nel tempo) del sacro. Da un lato. Un disegno che è espressione di una riflessione privata su aspetti intimi legati alla propria esperienza e al proprio vissuto, dove il concetto di sacro non ha niente a che fare con la chiesa. Dall'altro. 

Due contenuti distanti, che però si connettono tra loro in alcune mie riflessioni sul tempo nel quale viviamo e sulle trasformazioni in atto. Trasformazioni che mi impressionano per la loro radicalità, ma soprattutto per il numero di ambiti che interessano, contemporaneamente e a più livelli e per i mezzi che hanno a disposizione della loro diffusione ed attuazione  (tra cui internet, social network annessi).

Sulla spinta di alcuni fattori scatenanti, non in ultima la crisi economica di questi anni, la struttura della società va sgretolandosi come fosse un castello di sabbia, uno ad uno vanno svuotandosi di senso i sistemi che le danno forma.  Il "luogo" nel quale la crisi ha sede, e dunque nel quale le trasformazioni si consumano, è la spaccatura profonda che si è creata tra la dimensione intima e privata dell'uomo e la sua dimensione pubblica, di individuo facente parte di una comunità organizzata in forme nelle quali non si riconosce più. 
Così come Servino ne fa una questione di forma in architettura, parlando di una città, quella attuale, che non ci assomiglia più e di una "non-ancora-città" che si affaccia come bisogno, su scala più ampia si può affermare che la causa della crisi sta nella non corrispondenza della forma di ciò che scaturendo da un bisogno istintivo nasce spontaneo e si evolve naturalmente sul piano individuale con quella di ciò che invece, maturato più lentamente e secondo logiche ormai superate, ha dato forma alla società, al luogo cioè dove gli individui si ritrovano e che è fatto dell'insieme degli individui stessi. 

Il problema dunque è un problema di forma ma anche di velocità. 

E' in atto una ri-generazione di tutto ciò che costituisce il tessuto connettivo della società, sistemi economici, finanziari, politici, non in ultima è da considerare la sfera spirituale e il senso e il significato del sacro. 

Da tempo ho la sensazione che si stia in punta di piedi sull'orlo di un abisso aperto su un nuovo Umanesimo, inteso come momento storico nel quale l'uomo con la sua dimensione privata e intima di individuo venga posto al centro nella ricerca di nuovi, forse inediti, equilibri. 

L'idea di un nuovo Umanesimo richiama automaticamente l'idea di un nuovo Rinascimento e il concetto di humanitas attorno al quale esso ha gravitato in passato. Beh, non è detto che il nuovo umanesimo induca ad un nuovo rinascimento basato sull'esaltazione rinnovata dell'intelligenza e della creatività umana. Non è da dimenticare che fanno parte della natura umana i sentimenti più nobili come gli istinti più bassi. Che i nuovi sistemi di connessione e di espressione degli individui, manipolando il concetto di "comunità" spingono in realtà verso un forte individualismo, direi verso il desiderio di un protagonismo sfrenato, addirittura parlerei di cannibalismo identitario, dove per affermare la propria identità si tende a sopraffare quella degli altri. 
Non più tardi di qualche settimana fa lo diceva Salvatore Iaconesi su Fb: "la Community è una invenzione aziendale". 
Apparentemente democratici, fondati sul to share, i nuovi mondi virtuali, infatti, a cui tutti possiamo con facilità accedere e che possiamo con la stessa facilità addirittura creare, di fatto portano alla demolizione del senso, del significato di "comunità", [co-mu-ni-tà] s.f. inv.: Molteplicità di persone considerate come entità organica sotto il profilo sociale, politico, culturale ecc.. 
Nelle nuove realtà virtuali la comunità viene intesa (e trattata) solo come pubblico al quale mostrarsi al fine di piacere. La condivisione, to share, di pensieri e contenuti è in realtà un appropriarsi di pezzi che servono ad edificare i propri mondi secondo la propria immagine e somiglianza. Il condividere assume la valenza del mostrare attraverso l'appropriazione. Si verifica una specie di meta-teatro nel quale attori e pubblico coincidono, dove il palcoscenico è il terreno comune a tutti, dove ogni attore considera pubblico gli altri. Ma non tutti gli altri. Infatti l'attore che può da solo scegliersi, costruirsi il pubblico, come è naturale si costruisce un pubblico che lo porta al successo pieno: il pubblico è (nel mondo virtuale/ideale) l'insieme dei miei contatti, che posso cancellare e rimpiazzare con altri, se voglio, in ogni momento. Ci si disabitua alla critica e alla autocritica. Il che finisce per alimentare in maniera mostruosa un profondo sentimento di intolleranza. 

Da non trascurare in questo contesto sono le trasformazioni che subisce il linguaggio che viene assoggettato alle esigenze di spazio e di tempo dettate dal mezzo (ancora una volta un problema di forma, una incongruenza sul piano formale). La lingua si frantuma, viene storpiata con abbreviazioni che ne mortificano anche il suono e la musicalità. Il dialogo si fa frammentato, ridotto al minimo, ha luogo in chat. La comunicazione diventa rarefatta. Tutto ciò favorisce l'isolamento degli individui, la distruzione della comunità, rendendo difficile la determinazione di nuove forme per la collettività e dunque una risoluzione della crisi. 

Lo scenario è apocalittico. Eppure una via d'uscita c'è. Sarebbe quella di ri-considerare e ri-partire dalla propria natura umana, ri-attivando, rendendo cioè di nuovo attivo, attualizzandolo, il sentimento di pìetas!

Il concetto di pìetas ha attraversato i secoli e si è andato svuotando e riempiendo di vari significati, in esso però sono sempre rimasti validi quei vincoli che garantiscono la continuità della società civile e connettono la natura e le esigenze dei singoli con le esigenze della collettività. Vincoli che si basano sul rispetto e sulla considerazione di se stessi quanto degli altri e che portano ad ascoltare e rispettare, a tenere cioè in considerazione i processi che hanno portato alla definizione di determinate forme. 

A questo punto del ragionamento mi torna in mente prepotente una affermazione letta in Monumental Need di Servino e cito: "Ma per essere condivisa e sostenuta [la pietas] deve essere riconosciuta. Deve essere rappresentata [la pietas] in una forma generata dal bisogno. Deve mostrare fiera la sua genesi, ma assumere una dimensione dilatata ipertrofica ciclopica smisurata, Ma ancora riconoscibile. Una anamòrfosi liberatoria, immaginifica." 

La crisi che investe tutti i campi, dall'economia all'architettura, dalla sfera privata dell'individuo a quella pubblica della società, è la stessa, e appare valida per tutti la stessa soluzione. 

Il post però è cominciato partendo dal sacro. La crisi investe come non mai anche la chiesa. E questa non è una cosa da poco, soprattutto non riguarda solo i credenti. La chiesa per secoli ha acquietato gli animi, riempendo il vuoto che si crea negli uomini a causa della loro tensione naturale verso l'ignoto, fornendo delle  spiegazioni che apparivano plausibili e delle indicazioni sugli atteggiamenti da adottare che erano "accettabili", ossia abbastanza in linea con i tempi [mi scuso con i credenti, il mio è solo un ragionamento condotto sul filo della logica e che non riguarda il sentimento di fede, ma il modo in cui la fede è stata organizzata, strutturata dalla chiesa come istituto]. Nel corso del tempo ha dovuto riguardare le proprie posizioni e rimodellarsi più volte e così dalle indulgenze a pagamento si arriva ai preti opinionisti nelle trasmissioni tv o alle confessioni on line di questi giorni. Eppure, nonostante gli sforzi, l'istituzione va incontro ad una inevitabile perdita di senso. La sua forma male si concilia con quella della società che si va delineando. 

L'aveva probabilmente capito Giovanni Paolo II. Tra le figure, secondo me, più complesse del secolo scorso. Il primo forse a capire la gravità della situazione, sicuramente il primo che ha tentato di portare la chiesa al riparo su un percorso di salvezza (e salvare la chiesa in qualche modo contribuisce alla salvezza di tutti, perché ve lo immaginate il vuoto che si viene a creare se crolla la chiesa?!). Lo ha fatto, e in questo (ma non solo in questo) Ratzinger fa un passo indietro, cercando un contatto diretto con le persone, unendo le folle (si potrebbe dire cercando di ottenere il maggior numero di "like"), ma parlando e considerando all'interno di esse i singoli individui, facendo leva sui sentimenti che appartengono ad ogni uomo. Tentando di sollecitare, di risvegliare all'interno di ognuno il sentimento di carità cristiana. 

carità [ca-ri-tà] s.f. inv. 1. teol. Virtù teologale che consiste nell'amore verso Dio e verso il prossimo | 2. Sollecitudine verso gli altri, disponibilità ad aiutare i bisognosi.

E il concetto di carità non è forse strettamente connesso a quello di pietà?

pietà [pie-tà] s.f. inv1 Sentimento di chi ha compassione e partecipa al dolore altrui. | 2 Nel l. teologico del cristianesimo, uno dei sette doni dello Spirito Santo, consistente nella conveniente riverenza verso gli altri e verso Dio. 

E la pietà così come la si intende oggi, non nasce dall'appropriazione da parte della chiesa del concetto laico di pìetas?

Leggo alla voce pietas del dizionario treccani on line: 

pietas ‹pìetas› s. f., lat. [der. di pius «pio»]. – Termine corrispondente all’ital.pietà, ma che fino all’età imperiale ebbe soltanto il suo sign. originario (indicato al n. 2 a di pietà)*, e con tale sign. è usato talvolta anche in ital. (per es. nell’espressione la pietas di Enea, con riferimento all’Enea virgiliano), per evitare confusione con il sign. oggi corrente della parola.


*Nel linguaggio letter., con sign. più vicino a quello originario del lat. pietas, disposizione dell’animo a sentire affetto e devozione verso i genitori, verso la patria, verso Dio, e a operare di conseguenza, o, più in generale, rispetto reverenziale per ciò che è considerato sacro.

Bene, dove è il sacro oggi? Cosa è sacro oggi?
Tanti anni fa, mi venne in sogno un familiare defunto e mi disse una frase che al risveglio ricordai perfettamente (e stranamente), che non sapevo che significasse, ma che mi colpì e appuntai da qualche parte. Da allora non l'ho più dimenticata, per la sua stranezza forse, e ora, scrivendo, mi torna in mente: "L'individuo è dentro all'anima, chiedi a lui che ti risponde". 

Il senso del sacro va ricercato dentro se stessi, scendendo in fondo o risalendo alle origini, come si preferisce, purché si tocchi l'estremità del proprio essere, lì dove risiedono gli elementi che realmente ci accomunano agli altri, laddove riacquista senso la comunità e noi all'interno di essa. 

Si deve riconsiderare l'essere umano (speriamo che prenda questa forma l'umanesimo alle porte) nella sua totalità di creatura di carne dotata di intelletto, capace di provare sentimenti ma che reagisce anche per istinto a stimoli ed impulsi. Si deve partire dal basso, dal corpo di ognuno. E arrivare a ri-conquistare il sacro. 

Giovanni Paolo II, ha questo di straordinario, che strumentalizza e spettacolarizza  il suo dolore fisico. Capisce l'urgenza di ridare senso al sacro. E capisce che la spettacolarizzazione è uno strumento fondamentale per arrivare al maggior numero possibile di persone, di individui. Soprattutto (e anche questa è una forte differenza tra il suo pontificato e quello attuale), come Cristo non nega il corpo, parte da esso attraverso una delle due vie (il piacere e il dolore) percorribili per sentirlo, per avere percezione, per prendere coscienza di esso, e quindi della propria dimensione umana. 


Di Beniamino Servino su fotografia di Mario Ferrara. 

Prigioniero della simmetria/Prisoner of the symmetry.

NUOVO UMANESIMO. L'UOMO AL CENTRO DELL'ABBANDONO/
NEW HUMANISM. MAN IN THE MIDDLE OF THE ABANDONMENT.



Giovanni Paolo II tenta di salvare la chiesa riedificandola negli occhi (e nel cuore) dei fedeli, tenta di colmare il divario che si è venuto a creare tra la chiesa quale istituto (con i suoi interessi terreni) e quale detentrice e rappresentante di ciò che è sacro. Ci prova facendo leva sui sentimenti dei singoli individui, tentando di riattivarli, per di ridare un senso al concetto di comunità e utilizza per farlo la strumentalizzazione del dolore. La sua stessa condizione umana, di individuo tra gli individui. 

Quando ho condiviso sulla mia pagina fb il link di you tube postato da Michele Vassallo, dopo qualche minuto la mia amica virtuale Amina Iacuzio (sempre attenta e che ringrazio), commenta riportandomi questa citazione:  «Riandando con la memoria alla vita e alle opere della Fraternità e del Movimento (di Comunione e Liberazione), il primo aspetto che colpisce è l’impegno posto nel mettersi in ascolto dei bisogni dell’uomo di oggi. L’uomo non smette mai di cercare (…) L’unica risposta che può appagarlo acquietando questa sua ricerca gli viene dall’incontro con Colui che è alla sorgente del suo essere e del suo operare. Il Movimento, pertanto, ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale...." (Giovanni Paolo II, febbraio 2002)

  
Mi piace a questo punto di riportare sotto alcune immagini che Carmelo Baglivo ha pubblicato sulla sua pagina fb qualche mese fa, suoi disegni intorno ai "luoghi sacri"




Luogo di culto (2), di Carmelo Baglivo

S. Pietro - Interno 2012, di Carmelo Baglivo

Crocifissione 2012, di Carmelo Baglivo



Chiudo con una citazione da Monumetal Need

"Piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Prima un sussurro. Poi un coro. Poi un urlo. Poi un urlo ca-den-za-to. Com-pi-ta-to.

[L'accento non va sulla è, va sulla ì: pì-etas.]"


Cristina Senatore

Beniamino ServinoMonumental NeedNecessità MonumentaleLetteraVentidue Edizioni QUI

giovedì 22 novembre 2012

Oggetto/Libro. MONUMENTAL NEED.

Adoro il dizionario, perché ci salva dall'abisso. Necessariamente, per sua natura, deve definire ogni cosa con poche parole. 

Così nel dizionario Treccani on line alla voce "oggetto" si legge: 
In senso più concr. e più com., ogni cosa che cada sotto i sensi dell’uomo. 
Mentre alla voce "libro" si legge: 
Complesso di fogli della stessa misura, stampati o manoscritti, e cuciti insieme così da formare un volume, fornito di copertina o rilegato.


Poi però, quando lo hai tra le mani un libro, ti accorgi che un oggetto può essere infinito.






Da quasi un mese ho qui Monumental Need di Beniamino Servino. Una delle cose più difficili da descrivere che mi sia mai capitata fra le mani. 
A prescindere dalla mia capacità o incapacità a descriverlo credo che questo oggetto/libro sia difficile da inquadrare con le parole perché non è un oggetto fermo, una descrizione anche dettagliata non lo restituirebbe, si deve averlo tra le mani, entrare in contatto con esso e leggerlo per capire che voglio dire. 
Non è da spiegare è da vivere. 

Nell'abstract si legge: "Un saggio per immagini [e qualche testo]".. in realtà anche le immagini sono testi. In realtà tutto di questo libro, anche gli spazi bianchi parlano e dicono cose. Non è da trascurare infatti che l'autore abbia curato in prima persona anche il progetto grafico. La disposizione dei contenuti è essa stessa un contenuto. 

Nasce come libro di architettura, lo è perché l'architettura è l'oggetto del libro, in realtà però arriva oltre. Arriva all'uomo. Interessa tutti, a più livelli. Il suo contenuto è universale. Il suo destinatario è chiunque voglia prestare l'orecchio.

Offre contenuti importanti, una analisi accorata della nostra situazione attuale, una fotografia lucida e dettagliata della forma delle nostre città, un'analisi che risale alle cause generatrici della discrepanza che esiste fra noi e il nostro intorno, ma anche fra noi e noi stessi. Un viaggio nella forma che mette a nudo le nostre crisi di identità, crisi nelle quali trova origine anche la crisi dell'architettura. Un lavoro intenso e appassionato che non si limita all'analisi ma approda ad una possibile, reale, salvifica soluzione, anch'essa descritta nei minimi dettagli, ampiamente illustrata. 

Attraverso il libro Servino ci restituisce il percorso che lo conduce, partendo dalla situazione attuale, ad approdare alla forma della sua architettura.  
Il bello, però, è che non usa il libro per raccontare il suo modus operandi, ma attraverso il libro, per farcelo capire, lo fa adottare a noi stessi. Non scrive semplicemente un racconto ma costruisce un oggetto, l'oggetto/libro, che veicola, che racchiude e rappresenta il suo modo di fare. E che noi, venendo in contatto con esso, toccandolo, leggendolo, studiandolo, rapportandoci ad esso, a nostra volta finiamo per adottare in qualche modo. Ecco perché è un oggetto che non può essere descritto ma va toccato direttamente. 







Di fatto il libro è un saggio, ma potrebbe servire, al lettore che lo volesse, da eserciziario. Lo scopo dell'esercizio (degli esercizi) è quello di ri-attivare i sensi. Ed è in questo che il libro di Servino valica i confini dell'architettura e parla a tutti.

BS, infatti, individua la causa della/delle crisi nel disequilibrio della non corrispondenza delle forme (della nostra con quella delle nostre città), dovuta ad una profonda disattenzione, ad una disabitudine all'ascolto, che induce all'allontanamento dalle origini (provocando crisi di identità). Nel volere risolvere la crisi a suo modo, arrivando in architettura ad una forma che restituisce l'equilibrio perduto, adotta come prima soluzione quella di ri-attivare i sensi, di affinare la capacità di ascolto. Non ci spiega come fa o come fare a farlo -e questo è per me un aspetto incredibile di questo oggetto/libro - ce lo fa direttamente fare attraverso il libro. A partire dalla copertina, che è come un manifesto dell'intera opera, con un titolo imponente "Monumental Need" che però non si impone. Inciso, bianco nel bianco, alto circa 1x15 cm al centro della copertina, è quasi impercettibile. L'invito è quello a rivedere, a rivalutare le cose di sempre, quelle che ci stanno sotto gli occhi, con altri occhi. Ad ascoltare quello che ci pare di conoscere già. Ad ascoltare. 





A sfogliarlo il libro, soprattutto a chi conosce già il lavoro di BS, sembra una cantilena, con la ripetizione ossessiva di certi temi, sottoforma di disegni, di testi, di fotografie, e invece no, non è ripetitivo. Le ripetizioni sono solo apparenti, uno stesso contenuto viene traslato da una pagina all'altra, con piccole, a volte impercettibili differenze. Tutte le parti del libro allenano all'imprevisto. Smantellano la certezza del prevedibile, le cose non sono mai dove ti aspetteresti di trovarle. Le didascalie che corredano l'apparato iconografico offrono inaspettati brani. La traduzione in inglese non si trova sempre nello stesso posto rispetto al testo in italiano, essa non è poi una semplice traduzione, è un testo altro, dove, come dice Servino stesso, "qualcosa si perde e qualcosa si trova". Le immagini sono ripetute, talvolta attraverso l'ingrandimento di certi dettagli, ma nell'ingrandimento qualcosa cambia, viene aggiunto o variato. Il contenuto viene a volte spezzato su più pagine e deve essere ricomposto nella lettura. 

Si tratta di un oggetto/libro molto complesso, la sua semplicità apparente è l'aspetto più complicato.  Scorrono fluide le sue oltre 400 pagine. Che in realtà sono infinite.

Aggiungerei soltanto che questo libro è un meraviglioso oggetto.. Né troppo leggero, né troppo pesante. Di un formato, più piccolo di un A4, molto maneggevole. Possiede un profumo intenso. La carta non è lucida ma è vellutata, leggermente porosa, trattiene la luce ma è liscia al tatto. Quasi richiede di essere toccata (come fosse un invito al fare, accanto all'invito al sentire), direi  che è sensuale al tatto. I colori sono intensi, la stampa è di ottima qualità, restituisce i disegni così come sono negli schizzi originali.. le pieghe e le increspature della carta, le colature di colore, le sbavature dell'inchiostro nei disegni, sembrano quelle originali.

Cristina Senatore

lunedì 12 novembre 2012

Raffaele Cutillo, gli Aveta, Caserta e la città.

Caserta è una città strana, forse non è nemmeno una città.
Le città sono grandi e dispersive, caotiche, di tutti e di nessuno. Caserta no, è piccola e ordinata, le strade pulite, i sensi unici e i semafori come sulle piste con le automobiline che si regalano ai bambini, le belle vetrine, i grandi bar, i giardini, i giochi per i bambini, i solerti ausiliari del traffico, i viali alberati, le panchine esposte al sole, gli anziani (e non) sulle panchine, le signore in bicicletta, c'è anche il traffico ma è un traffico ordinato, tutti in fila e quasi mai si sente suonare il clacson. Tutti conoscono tutti, come nei paesini, ma Caserta non è un paesino. Forse non è una città, ma non è nemmeno un paesino.
A me ha sempre dato la sensazione di essere una città finta. Un contenitore a forma di città senza la città dentro. Un luogo raccolto intorno ad una maestosa reggia che gioca a fare la città senza esserlo, come fanno i bambini quando giocano a mamma e figlia... facciamo che io sono la mamma e tu la figlia? Facciamo che io sono una città? 
Almeno questa è Caserta come la vedo io che non sono Casertana e ci vado ogni tanto.


Lo scorso sabato sera, 10 novembre, a Curti (provincia di Caserta), sulla via Appia in un capannone adibito a deposito della Aveta s.p.a. della famiglia Aveta ha avuto luogo l'evento culturale "Adda passa' a' nuttata" a cura dell'arch. Raffaele Cutillo (Ofca Officina Cutillo Architetti) e del dott. Matteo De Simone (International Association for Art and Psychology).

[Nello scorso mese di luglio, l'architetto Cutillo aveva annunciato la chiusura dell'Ofca. Spostando altrove la sede del suo studio di architettura e lasciando gli ampi spazi dell'ex officina meccanica che occupava, lasciava orfani di luogo gli eventi culturali di cui si era fatto promotore (82 eventi in 5 anni!) e tutti quelli che aveva sostenuto: artisti, performers, scrittori, antropologi, fotografi, intellettuali, giornalisti, grafici, architetti, poeti, musicisti, ballerine e creativi che lì avevano trovato spazio per esprimere e condividere con gli altri il loro lavoro, le loro passioni, le loro visioni. Una chiusura che gran parte dei casertani e non solo loro hanno subìto dolorosamente. E tutto avveniva sotto gli occhi e le orecchie distratte o insensibili delle istituzioni locali.
Ad agosto la famiglia Aveta chiama l'arch. Cutillo e mette a disposizione un pezzo della sua azienda perché l'Ofca avesse ancora uno spazio.]

Non ero mai stata a Curti. La via Appia è la solita via larga con esercizi commerciali a destra e a sinistra, le luci, il traffico, gli ormai immancabili negozi dei cinesi, i pub, i palazzetti a due o tre piani con le facciate in vetro che servono da vetrine.. Arriviamo davanti ad Aveta, ci chiedono di registrarci per potere accedere, ci danno un elmetto giallo protettivo di quelli che usano gli operai nei cantieri. Sono circa le 18.30, l'orario sull'invito era segnato per le 18.00. Percorriamo un corridoio immerso in una luce rossa, silenzioso, lo spazio che ci scorre accanto e piano piano si apre è suggestivo, cambia colore, ci offre cose interessanti alla vista, poi si apre definitivamente ai nostri occhi. Meraviglia. Un capannone industriale inondato di voci e di gente.


Ho una predilezione per l'architettura industriale e per gli spazi e gli arredi ad essa connessi. Mi sembra, questo tipo di architettura, estremamente schietta, essenziale, senza fronzoli. La forma aderisce alla funzione, non c'è spazio per il decoro, per il belletto, la bellezza sta nell'essenza. Il capannone/deposito degli Aveta è bellissimo. Scaffalature di metallo, alte e ordinate a raccogliere materiali, l'impianto elettrico e le tubature a vista, il cemento nudo, le grandi lampade al soffitto, spente, che pareva guardassero frastornate, silenziose, incuriosite da lassù quello che accadeva di sotto.
L'allestimento non violentava lo spazio. Non lo snaturava, lo rispettava fino ad esaltarlo. Sulle pareti sgombre sono state sistemate e proiettate le immagini, tra gli scaffali si faceva spazio un percorso espositivo, le sedute sono state ricavate dal materiale del deposito (bidoni di pittura capovolti e grosse balle di cartone). 






Si apre definitivamente lo spazio ai nostri occhi. Meraviglia. Un capannone industriale inondato di voci e di gente. 
Lì trovo tutta la Caserta che conosco e anche quella che non conosco. Lì trovo Caserta, la città vera. Perché la città vera è fatta dalle persone. Le persone fanno i luoghi. La città nasce quando una comunità prende consapevolezza di sé stessa. Vive quando questa comunità si unisce spontaneamente intorno ad interessi comuni e/o intorno all'esigenza comune di scambiarsi e di condividere idee e visioni, e soprattutto quando sentono tutti insieme nello stesso momento, i membri della comunità, l'esigenza del fare. Del fare le cose, del farle insieme, del farle subito, perché quello del fare è un bisogno che nelle persone affiora prepotente. 
La comunità che si unisce spontaneamente intorno all'esigenza del fare fa del posto che sceglie per incontrarsi un luogo e quel luogo è la città. La comunità edifica se stessa, crea una nuova città, la propria città, quella vera. 


Erano passate le 22.00 quando siamo andati via, il capannone era ancora pieno di gente. Circa quattro ore senza cali di tensione, in un susseguirsi emozionante di performance. Ho visto Raffaele emozionato e commosso, lui che è abituato a stare davanti al pubblico, a parlare alla gente, a fare da mediatore fra le mille forme che assume quella esigenza del fare quando da bisogno diventa fatto e il resto della comunità che dà senso al tutto con la propria presenza e partecipazione. A Raffaele tremavano i fogli che aveva in mano e un po' anche la voce e gli occhi quando all'inizio, salendo sul palco, ha potuto vedere bene il fiume di presenze che erano lì a ringraziarlo di esserci, a sostenerlo, a testimoniare quello che Ofca negli anni ha fatto, a chiedergli fortemente di esserci ancora. 


L'energia sottoforma di musica che accendeva e riattivava il ritmo in ognuno lanciata nell'aria da musicisti che diventavano tutt'uno con gli strumenti si è poi trasformata in voce e ancora in immagine a scorrere sullo schermo a raccontare i luoghi sventrati, maltrattati, depauperati del litorale domitio, a raccontarli però con la voglia di riconquistarli di farli rivivere, a raccontare la vita che c'è ancora dentro e non quella che è stata tolta.   
Il capannone degli Aveta chiuso da tempo, con all'interno il profumo cristallizzato del lavoro e della fatica tornava ad animarsi insieme ai presenti, sfilava il capannone stesso, e noi tutti, insieme alle donne sulla passerella, portavamo tutti addosso e tutti con orgoglio gli abiti nati grazie alla fatica di chi i sogni se li mette a cucire facendo scorrere metri e metri i stoffa sotto le macchine per cucire. Ci siamo vestiti tutti di sogni e insieme abbiamo danzato anche al ritmo colorato e contagioso di quel pezzo d'Africa che ha spostato i suoi sogni su questa terra di cui per troppo tempo non ci siamo curati. Che combatte con noi una lotta contro l'appropriazione indebita dei sogni e delle speranze e del diritto di essere e di fare e di pensare e di agire nella piena libertà.


La città non ha confini. è fatta dalle persone e sorge nel posto che le persone rendono luogo con la loro presenza. La città fatta di persone vive attraverso le persone. Siamo tutti chiamati ad essere pezzi di città, perché la città è l'unico luogo dove possiamo vivere. 

Grazie a Raffaele Cutillo, agli Aveta e a quanti hanno permesso e voluto e animato la città nuova, a quanti ci credono e fanno senza fermarsi a parlare di fare. E in bocca al lupo e un augurio di cuore che questa onda diventi tsunami a travolgere l'esistente e ad edificare la città che tutti desideriamo!


Cristina. 

[fotografia di Giovanni Izzo]



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[Disegni di Cristina Senatore su fotografie di Giovanni Izzo per "Adda passà a' nuttata"]