lunedì 14 marzo 2016

La Teoria del sex appeal spettrale di Salvador Dalì.

I surrealisti lo chiamarono sprezzantemente "disegnatore di cravatte", André Breton coniò per lui il denigratorio soprannome di "Avida Dollars" (bramoso di dollari), anagrammando il suo nome. Lo accusarono ingiustamente di avere commercializzato la sua arte per accrescere la sua fama e soprattutto la sua ricchezza, in realtà Dalì aveva individuato nel SISTEMA MODA (stilisti, sfilate, riviste, pubblicità) il modo per veicolare la sua poetica verso il grande pubblico, per permetterle di superare i confini del mondo dell'arte e di sopravvivere.

Quella del "Sex Appeal Spettrale" è la teoria che Dalì elaborò su come si sarebbe evoluto il potere di seduzione della donna. è una teoria difficile da ricostruire, nel senso che tutta l'opera di Dalì ne è permeata ma non fu mai organizzata dall'artista in un testo compiuto. Di Sex Appeal Spectral il catalano parla per la prima volta in un articolo comparso su Minotaure nel 1934, nel quale spiega quali sarebbero state secondo lui, descrivendole, le caratteristiche nel nuovo fascino seduttivo delle donne. Senza scendere nei dettagli, la teoria in questione guardava al corpo femminile come ad un oggetto e per questo scomponibile e utilizzabile a pezzi. Più o meno negli stessi anni Walter Benjamin aveva introdotto il concetto di "sex appeal dell'inorganico" nel suo scritto incompiuto "Parigi, capitale del XX secolo" (iniziato tra il 1928 e il 1929), teoria che incontrò tutt'altra fama!


Salvador Dalì, I desideri inappagati, 1928

L'idea del corpo umano come cosa, come spiega Mario Perniola in Sex appeal dell'inorganico, pur essendo latente nella cultura umana dall'antichità, è una conquista della modernità che è potuta emergere solo dopo avere "esaurito il compito storico di confrontarsi con Dio e con l'animale"*. Essa si affaccia prima in letteratura, con il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde, dove il ritratto smarrendo i tratti del volto dalla cui immagine esso trae origine e dimostrando una propria autonomia nel trasudare sangue e liquefarsi, riassume in sé il passaggio dalla concezione del corpo come solo involucro dell'anima a quella di corpo come "cosa-senziente". Il sotto-pelle che fino ad allora era stato solo degli animali nell'arte, diventa umano. Il passaggio viene registrato da Francis Bacon in Figura con carne del 1954, nel quale al Bue squartato di Rembrandt (1655) accosta una figura umana trasfigurata. Solo nell'ultimo decennio del 1900 il "corpo-cosa" si impone come protagonista nel mondo dell'arte, ne sono prova le sperimentazioni artistiche raccolte in mostre come Post-human (1992) e Sensation (1997).

Salvador Dalì, Cenicitas, 1928


Dunque un percorso lungo e articolato quello che vede il corpo assumere la sua autonomia di oggetto, rintracciabile - cerca di dimostrare la tesi in oggetto - nella lunga (che copre quasi interamente la sua vita) carriera artistica di Dalì, 

La poetica di Dalì, quella a cui egli lavora per tutta la vita e che capisce ad un certo punto di potere diffondere sfruttando a suo vantaggio il sistema moda, metteva al centro, per la salvezza dell'umanità, la Donna

Dettaglio da La Madonna di Port Lligat, Dalì, 1950

Era una visione fortemente politicizzata quella di Dalì, intimamente legata alla sua Spagna, marcatamente influenzata dalle sue psicosi, ma aveva in sé caratteri universali. La toeria del Sex Appeal Spettrale prevedeva da un lato una evoluzione del potere seduttivo femminile e dall'altro, con coscienza, forniva alle donne gli strumenti che avrebbero consentito loro di conservare il proprio ruolo (o di rivendicarlo se necessario)... la Donna in quanto Madre è naturalmente fatta per accogliere in sé l'altro, per custodirlo, per proteggere l'umanità da se stessa, è il suo grembo il luogo sacro per eccellenza, il tempio dell'umanità. 


Nella sua teoria Dalì aveva annunciato che "il nuovo fascino sessuale delle donne" sarebbe derivato dalla possibilità di usare separatamente i pezzi del proprio corpo, aveva parlato di "corpo smontabile", di risorse spettrali. 


Il nuovo ideale di bellezza femminile descritto da Dalì si discostava molto da quello classico della donna angelica, contemplava in sé la deformità. Per questa donna Dalì aveva progettato (negli anni '30 riprendendolo più volte nel tempo) "l'abito spettrale", caratterizzato da imbottiture che simulavano mostruose protuberanze sul corpo. 

Si dovrà aspettare alcuni anni per vedere sfilare abiti similmente concepiti sulle passerelle dell'alta moda. Mi riferisco a certe collezioni di Rei Kawakubo ad esempio, siamo nel 1997, 8 anni dopo la morte di Salvador Dalì e oltre 60 anni dopo l'abito spettrale concepito dall'artista!





Disegnò cravatte, tessuti, costumi da bagno, copertine per le più diffuse riviste di moda, come Vogue e Harper's Bazaar, disegnò pubblicità per rossetti e profumi... Non fu un modo per svendere la sua arte o per arricchirsi, ma un modo per insinuarsi nell'immaginario collettivo, non disdegnò il mezzo. Se fosse vissuto ora all'epoca dei social, sono sicura, si sarebbe divertito molto e non sarebbe stato fra quegli intellettuali che snobbano la rete come luoghi nei quali "un cretino ha lo stesso diritto di parlare di un intelettuale" affermazione - per me sconcertante - di U. Eco (morto ad 84 anni nell'epoca dei social che detestava!) 





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