mercoledì 12 giugno 2013

OCCHIO CHIUSO NON MUORE_VEDERE AD OCCHI CHIUSI

Quando si chiudono gli occhi su questo mondo si aprono su altri mondi. 
"Il mistero nel mezzo, la chiave nell'occhio"
[Intervento grafico di Cristina Senatore su collage digitale fatto con immagini tratte da internet.
Nel collage: Giano bifronte, mappamondi antichi, disegno della cupola di Brunelleschi_marzo 2013]


La vista - non l'occhio - è un organo perenne. 

Potere Vedere secondo me corrisponde a potere Esistere. Anche i ciechi vedono. 


Nel dizionario Treccani on line leggo: 

cieco: cièco agg. e s. m. (f. -a) [lat. caecus] (pl. m. -chi). – 1. a. Privo della vista, dell’uso degli occhi: diventare c.; essere c. dalla nascita; c. da un occhio; non sono mica c., per affermare che ci si vede bene o che si è certi di ciò che si è visto.

.. "Privo della vista".. se ne avessi il potere cambierei questa definizione, perché la vista non dipende dall'occhio. 

Se si esiste si vede. Non è importante tanto quello che si vede - tanto tutto quello che si vede esiste, ed essendo limitati abbiamo sempre una visione parziale del Tutto - ma che si veda! Se non si vede vuol dire che non si esiste. E se non si esiste non si può essere vivi per affermare di non vedere né tanto meno si può dire che non vede a qualcuno che non esiste.
Mi hanno sempre detto che sogno ad occhi aperti, "svegliati!" mi gridano!... Nessuno ha mai pensato che potessi vedere anche ad occhi chiusi!







« Volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l'una dall'altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l'intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi possano attendersi " [R. Descartes, Discorso sul metodo]


"Sentire e concepire lo spazio con/attraverso tutto il corpo" 
Intervento grafico e fotocomposizione di Cristina Senatore con: 
Fotografia di Daniel Masclet Nu Mademoiselle O.J. (1926); 
- Giovan Battista Nelli (attr.), ricostruzione dei ponteggi interni della cupola di Brunelleschi, seconda metà del XVII sec.; fotografia dal Molise.



concepire (ant. concepere /kon'tʃɛpere/ e concipere /kon'tʃipere/) v. tr. [lat.concĭpĕre, propr. "prendere insieme, accogliere, raccogliere"] (io concepisco, tu concepisci, ecc.; part. pass. concepito, ant. concètto; il part. pres. non si adopera nella forma regolare ed è sostituito dal latinismo concipiènte). - 1. [di donna o di animale femmina, accogliere in sé il germe di una nuova vita] ≈ (fam.) restare incinta. ‖ generare, procreare. 2. (fig.) a. [accogliere nel proprio animo: c. un desiderio] ≈ maturare, nutrire, provare, sentire. b. [accogliere nell'intelletto, nella coscienza: non riesco a c. come tu abbia potuto agire così] ≈ capacitarsi (di), capire, comprendere, intendere, rendersi conto (di). c. [far nascere nella fantasia: c. un romanzo] ≈ ideare, immaginare, progettare.

concepire > con-cepire (cipere) > cep (cip) > cap > captare > capo > capire > capere (lat.) = contenere > capace (dal lat. capere) > capacitare > capacità (di) > capacitarsi 

[nella tradizione popolare di Napoli le Capère sono le parrucchiere (che hanno a che fare con i capelli) e si usa il termine "capèra" per indicare una persona particolarmente dedita al pettegolezzo, facendo riferimento all'abitudine delle parrucchiere di parlare con i clienti mentre si occupano dei loro capelli, quasi come se la parrucchiera fosse un confessore non legato al/ limitato dal vincolo di segretezza... per cui in realtà più che pettegolezzo è curioso notare come: Capelli > Capère (=parrucchiere in napoletano) = Capere (in lat. capio, cepi, captum, ere = cogliere, prendere, spiare, ingannare, sedurre, percepire, ricavare, comprendere, contenere, capire, essere capace - fonte: diz. latino calonghi] e che tutto abbia a che fare con la ricezione e raccolta di informazioni per mezzo della seduzione (perché la parrucchiera non è un confessore, non si parla con una parrucchiera per obbligo/soggezione morale, ma per piacere, invogliati (quasi incalzati) dalla volontà seducente/curiosità della parrucchiera di sapere, dicono a napoli: di farsi i fatti degli altri) - la seduzione non può ascriversi alla parte che è in noi vicina all'istinto? - e soprattutto della messa in circolazione delle informazioni raccolte, che messe in circolo si intrecciano ad altre storie, vengono contaminate, ampliate, modificate con fantasia.. nascono nuove storie che dentro hanno il germe delle vecchie!]

captare v. tr. [dal lat. captare, intens. di capĕre «prendere»]. –

1. Cercare di ottenere, di fare proprio con accortezza: c. la benevolenza di qualcuno.

2.

a. Derivare, trarre a sé una cosa, per sfruttarla o devolverla a particolari fini: c. le acque di un fiume (v. anche cattura, n. 3); c. l’energia elettrica.

b. Ricevere i segnali emessi da una stazione trasmittente, intercettare una trasmissione, e per estens. ricevere un segnale radio, acustico, ottico, ecc.: c. una segnalazione nemica. Fig., avvertire, percepire: c. il pensiero, le intenzioni di qualcuno.

capacità s. f. [dal lat. capacĭtas -atis, der. di capax: v. capace].
1. Possibilità che un recipiente, una cavità, un ambiente ha di contenere fino a un determinato limite
(...)
3.
a. Idoneità, abilità, attitudine che una o più persone hanno di intendere o di fare qualche cosa, di svolgere una funzione, di riuscire nella realizzazione di un compito, e sim.


capacitare: capacitare v. tr. [der. di capace] (io capàcito, ecc.). – Rendere capace, cioè persuadere, convincere: cercarono di c. l’uomo della disgrazia; non riuscirono a capacitarlo del suo torto; il tuo ragionamento non mi capacita. Nel rifl., persuadersi: non posso ancora capacitarmi che sia proprio vero; non si capacitava della sconfitta.

[curioso che nel riflessivo venga indicato solo come "persuadersi" e perda quella immagine meravigliosa di aumentare la propria capacità contenitiva, capacitarsi dovrebbe essere questo no? rendersi, rendere se stessi capaci = ossia aumentare le proprie dimensioni per contenere >>> spostare il proprio limite (il limite è in fatti una linea immaginaria! basta immaginarla più là per spostarla!]


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Convogliamo il mondo dentro di noi (concepire=accogliere), lo raccogliamo attraverso tutto di noi stessi - l'occhio siamo noi nella nostra interezza e complessità con tutti i sensi che abbiamo (anche l'istinto è un senso) - (concepire= prendere insieme >>> cum/sun: http://www.facebook.com/notes/cristina-senatore/cumsun-tempospaziomezzo/10201101517489299)- ci capacitiamo (concepire=capacitarsi > capacitarsi> rendere se stessi capaci a contenere > spostare i propri limiti > espandersi) di quello che raccogliamo, immaginiamo nuovi mondi e li partoriamo (concepire=partorire). (>>>>>> Dio è donna).

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Genesi della Forma nello Spazio
Fotocomposizione di Cristina Senatore su fotografia di Daniel Masclet (1933)
giugno 2013


Trigenesi
Intervento grafico di Cristina Senatore su fotografia tratta dal web di autore sconosciuto
maggio 2013


(dalla serie delle Città Spose) La terza città: una e trina
fotocomposizione e intervento grafico di Cristina Senatore
aprile 2012







domenica 9 giugno 2013

Fenomenologia del Sacro Privato. Un luogo chiamato "solitudine". La sacralità come collante. (Raccolta di appunti e considerazioni sparsi nel tempo)

Ci sono luoghi che sono sacri come chiese anche se non sono chiese...

Disegno di Cristina Senatore

... Come i luoghi della memoria, che esistono (persistono) nei ricordi, ma non solo quelli.
I luoghi sacri sono quelli sottratti allo scorrere del tempo.
Ognuno sa dei propri luoghi sacri cosa li rende sacri.


di Cristina Senatore su fotografia di Architetturadi Lusso 

"Totem Giocattolo, Monumento ai luoghi dell'infanzia dell'arch. Dario Lusso" (luglio 2012)


I luoghi della memoria sono pieni di interferenze provocate dal desiderio.
La memoria riscrive i luoghi amplificandoli, omettendone delle parti, aggiungendone altre.
I luoghi della memoria disegnano città immaginarie che sono città dell'anima e del desiderio.
Sono le città private. Luoghi speciali, sacri, nei quali ci portiamo solo chi vogliamo.
(http://www.facebook.com/photo.php?fbid=4155713100353&set=a.4294674574303.2176856.1509744779&type=3&theater)



di Cristina Senatore su fotografia di Architetturadi Lusso 

"La casa dei ricordi e dei giochi" (giugno 2012)


I luoghi dell'infanzia restano per sempre nostri. Vivi nei ricordi. Sacri come chiese, anche quando non sono chiese.

I luoghi dell'infanzia rivivono in tutte le architetture della nostra vita. Per tutta la vita costruiamo su quelle immagini e intorno a quei luoghi dai quali non ce ne andiamo mai.

(http://www.facebook.com/photo.php?fbid=4155713100353&set=a.4294674574303.2176856.1509744779&type=3&theater)

Ognuno sa dei propri luoghi sacri cosa li rende sacri.



"Moderna sacralità sacrilega" di Cristina Senatore. 2007
Collage con materiali riciclati da imballaggi vari.


[Spostamento del sacro nello spazio (interno ed esterno)]


Intervento grafico di Cristina Senatore su fotografia di Francesco Cappiello Magliano (ottobre 2012)


Ognuno porta con sé, nel proprio intimo, il proprio sacro privato.
Ognuno sa cosa rende sacro ciò che considera, che sente sacro.

La sacralità contiene tutto ciò che è sacro. In essa il sacro privato di ognuno si unisce a quello degli altri. 

La sacralità è il collante che tiene insieme gli uomini. 

intervento grafico di Cristina Senatore (ottobre 2012)

"Spazio per raccogliere la forma del sentimentale (raggiunto con sentimento) e sacro" 


intervento grafico di Cristina Senatore 





intervento grafico di Cristina Senatore su fermo immagine da google maps di una strada di Roma. (luglio 2012)

"Città Italiana. La città delle edicole. Esplosione del sacro"


Il sacro è dove non te lo aspetti, è un fatto privato, le edicole stanno intorno al sacro.


http://www.facebook.com/photo.php?fbid=4232494299835&set=a.4294674574303.2176856.1509744779&type=3&theater

Il sacro è dove non te lo aspetti, con la religione ha poco o niente a che fare, è un fatto privato, riguarda l'intimità della natura umana (al di sopra del credo, della posizione politica, dell'appartenenza etnica, ecc..) e ha sede nel posto più intimo e remoto e vero di cui ognuno si porta dentro la porta, la serratura e la chiave e che si chiama - questo luogo - solitudine.

Nella solitudine dell'intimità gli uomini sono esattamente quello che sono, l'umanità nell'intima solitudine è leale, nuda e cruda, senza mediazioni e preconcetti. L'uomo, dentro di sé, nel luogo chiamato solitudine, si ri-congiunge alla sua natura, che è quella di tutti gli uomini e quindi si ri-congiunge a tutti gli uomini, trova in quel luogo tutti gli uomini. 

Dunque si, è vero il sacro riguarda Dio, ma non la religione. Riguarda Dio nella misura in cui ognuno di noi è un pezzo di Dio. Del Tutto cioè che vive frammentato negli uomini. La sacralità è il collante che tiene insieme gli uomini. Diventa sacro per ognuno quello che cade nella sfera della sacralità.  

mercoledì 3 aprile 2013

L'alta moda, gli stilisti, gli artisti, le visioni, gli spazi, le interferenze.. Da mondi possibili a mondi vivibili.

di Cristina Senatore

Gli stilisti attraverso le loro creazioni animano i mondi che altri immaginano o desiderano. Danno voce ad esigenze e desideri. Mostrano quello che è possibile. Quello che potrebbe o dovrebbe essere. è questo forse il senso dell'alta moda, della moda quando ha un senso.. tradurre le visioni in spazi abitabili, cioè desiderabili da tutti perché comprensibili da tutti, nei quali vigono nuovi equilibri, nei quali è possibile ribaltare le situazioni e i punti di vista.

Per questo potere che ha la moda di realizzare, dare concretezza a mondi immaginari, è particolarmente importante per le sue enormi potenzialità l'incontro tra la moda e l'arte. La creazione di alta moda ha senso che incontri l'arte quando incontra le visioni degli artisti e non quando li scimmiotta in quelle collezioni che li celebrano traducendo pedissequamente in texture i loro segni e colori.


Salvador Dalì è sicuramente l'artista che ha meglio compreso e sfruttato questo potere della moda e della moda unita all'arte e per questo vi si avvicina... Elsa Schiaparelli era l'unica che poteva rendere concrete le sue visioni, l'unica che poteva fare andare le persone in giro con una scarpa in testa o un'aragosta addosso... Il mondo della moda, le vetrine, le riviste, le pubblicità, le passerelle, erano il mezzo che quel gran "approfittatore" (come Dalì stesso si definiva) aveva individuato per diffondere e portare alla gente la sua visione delle cose. Alla gente, a tutti, al di là dei confini del mondo dell'arte, nei quali se fosse rimasto, probabilmente non sarebbe sopravvissuto a lungo a causa di una critica ingiusta che lo voleva, e lo vuole tuttora, inferiore fra i surrealisti di cui ritiene che Dalì abbia mescolato le visioni e le intuizioni per approdare ad ibridi di inferiore valore concettuale ed espressivo. 
"A causa mia un giorno si sarà costretti ad occuparsi della mia opera" (S. Dalì, Diario di un genio, SE, Milano, 1996, p.45)



Il messaggio che portava Dalì, la sua visione delle cose -sulla centralità della donna, sulla società, sul metodo stesso per leggere l'intorno e agire al suo interno - era difficile da fare arrivare alla gente e persino a chi si intendeva o si intende di arte, il suo messaggio si sarebbe perso se l'artista non avesse trovato il modo per diffonderlo. Fiducioso, egli credeva che con il tempo qualcuno avrebbe capito o almeno avuto la bontà di studiarlo un po' oltre le apparenze.. 

A volte il tempo che ci è dato non è sufficiente, Dalì era consapevole di avere precorso i tempi e che in suo potere era solo di legare le sue visioni all'immaginario collettivo per assicurargli, diceva lui, l'immortalità, comunque per garantirgli una vita lunga affinché approdassero ai tempi maturi per accoglierne o almeno discuterne il senso. Era per il momento importante disegnare la donna con la testa fiorita e diffonderla, attraverso le pagine pubblicitarie, una cover di Vogue o addirittura attraverso un cartone animato (vedi "Destino" disegnato per Disney nel 1945-46).. poi fissata l'immagine qualcuno si sarebbe chiesto che senso avesse, avrebbe poi scavato, oppure senza scavare, Dalì avrebbe contribuito ad "inquinare i sogni" della gente comune che avrebbe agito di conseguenza... si chiamano "interferenze". 






[Immagine da Gabriele Mina*, che ringrazio per la black box]




martedì 19 marzo 2013

Segreti e Seni Alati nei cieli del Perugino.

di Cristina Senatore

                             
      
 [cliccare sulle immagini per ingrandirle]

Questa mattina riguardando il dipinto del Perugino, La consegna delle chiavi a San Pietro (Cappella Sistina Roma. 1481 - 1482) in cielo mi è parso di vedere ben distinte alcune figure e più precisamente sul lato sinistro il volto di un uomo anziano e barbuto, sul lato destro due seni alati e una bocca di donna. 


Ho ripetuto l'immagine (fig.1, cliccare per ingrandire) e nel riquadro centrale ho solo aumentato il contrasto delle due porzioni di cielo considerate. Nella terza ripetizione ho tracciato con linea bianca i contorni di quello che vedo.



è curioso come dalla ipotetica pupilla del signore anziano (raffigurazione di Dio?) sulla destra si possa tracciare, seguendo quella che sembra la direzione dello sguardo, una retta che passa per la bocca di Gesù (ritratto nel momento in cui pronuncia queste parole: "tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli." Mt 16,19) e per le mani di Gesù e di Pietro e che la linea ricalchi la chiave d'oro. 

I seni alati e la bocca sulla destra.. potrebbero essere la sintesi visiva di una (ma)donna.



Bello immaginare che la Madonna, donna per eccellenza, sia stata resa con un paio di seni celesti alati.. presenza di cielo disciolta nell'aria che sorveglia dall'alto affianco a Dio l'azione che il figlio compie in terra per volere del padre. 

Colpisce, ammesso che sia vera, la sintesi visiva della donna sopratutto se la si colloca nel '400 prima del   famoso "less is more" che induce la progettazione anche della comunicazione visiva a ridurre ai minimi termini le architetture e le cose.

(altre note sull'Arte, in questo blog nella pagina: http://ilbaulevolante.blogspot.it/p/appunti-sullarte.html)


giovedì 3 gennaio 2013

Arriva l'Architettura contro la TELE - visione. Piscinola, Napoli nord, impressioni dal basso sul progetto l'Unité d'habitation aléatoire di Cherubino Gambardella

Scampia e Piscinola. Piscinola e Scampia. La notizia di oggi, anche quella di ieri: un nuovo arresto.

Arrestare: Assicurare qlcu. alla giustizia su mandato dell'autorità giudiziaria
Arrestare: fermare, bloccare il movimento di qlcu. o di qlco. 

Arrestare quelle storie sempre uguali, che ci hanno stancato e che sembrano finte tanto sono surreali, ci vorrebbe un cambiamento vero, serio, reale. Quelle storie sempre uguali di spaccio, di detenzione di armi, di bambini ingaggiati a fare i "pali", di donne incinte usate come corrieri della droga, di uno Stato lontano, perennemente assente che si fa vivo di tanto in tanto con la parata dell'esercito nello schieramento dei posti di blocco, come fossero bancarelle del torrone durante una festa di paese, che passa il Santo e passa la festa! Quelle storie sempre uguali, che ci hanno stancato, che sembrano finte e invece sono vere.

Morti. Morti ammazzati, morti fra la folla, morti innocenti, morti nei giardini delle scuole dell'infanzia, 48 il morto che parla, il sangue fa 18. Morti vivi, murati vivi nelle mura della propria casa, fra due pareti di cui una removibile, TELE-comandata. Storie di madri che vivono con in tasca il TELE-comando di una delle pareti di casa dietro cui vive il proprio figlio che a soli 20 anni è capo-clan-camorrista-latitante, morto-vivo, vivo-morto, più morto che vivo. Storie di TELE-comandi e TELE-comandati, storie di TELE-comandamenti. Storie  s e m p r e  u g u a l i  che finiscono in TELE-visione, nei TELE-giornali, tutti i giorni. Storie da Napoli nord. Da Scampia e Piscinola. Piscinola e Scampia.

tèle- [Der. del gr. tèle "lontano"] [LSF] Primo elemento di parole composte, nelle quali significa: (a) "lontano, da lontano"; (b) riferito a telefonia o telefono, telegrafia o telegrafo, televisione e simili.

televiṡióne s. f. [comp. di tele- e visione, sull’esempio dell’ingl. television].
1. Sistema di telecomunicazione destinato alla trasmissione a distanza
2. estens. a. L’organizzazione tecnica, amministrativa, artistica che provvede all'esecuzione e alla diffusione dei vari programmi televisivi

TELE-visione. Visione da lontano. 

Lontane dalla città, lontane dalle abitudini e dai modi di fare di chi ci avrebbe abitato, lontane persino dalle esigenze del vivere civile, edifici, abitazioni tutte uguali, destinate a gente con storie che tanto sono sempre tutte uguali! Case in serie, serie di case. Case come loculi. Scatolette stipate in scatole più grandi. Case come fossero penitenziari. Perché tra il penitenziario e le case, messi l'uno difronte alle altre, non c'è differenza. Si assomigliano. Si guardano come fossero messe davanti ad uno specchio, sviluppano un linguaggio comune, si stringono in un dialogo fitto fitto, si raccontano storie che finiscono per assomigliarsi. Così, a guardarle, sembra che siano state concepite e costruite le case, gli edifici a Piscinola e Scampia, da lontano. Lontano da tutto. In una visione delle cose che è una Tele-visione, lontana da tutto e che allontana da tutto.


Scampia. Carcere di Secondigliano (foto da web)

"Case Celesti" di Scampia, dette "Case dei puffi" (foto da web)



Case nell'area di Napoli nord (fotografate da me)




Case a Scampia. (fermo immagine da Google Maps)


Case a Piscinola (fermo immagine da Google Maps)


Parchi di case in costruzione a Napoli Nord. (foto da web)



Questo è lo scenario che fa da sfondo al progetto dell'Arch. Cherubino Gambardella: "Unité d'habitation aléatoire". Case a Napoli Nord. Tra Scampia e Piscinola. 

Unité d'habitation aléatoire, progetto dell'arch. Cherubino Gambardella. 
(Fotografie tratte dalla sua pag. fb)


Il blu lo ha scelto, ho letto sulla pagina fb dell'arch., perché gli ricorda il mare e con il suo progetto pensava ad una nuova "Procida Verticale". Apprendo anche, sempre tramite fb, che "ogni casa ha una metratura diversa e finestre diverse è un montaggio di resti di cubatura".
Case, non tutte uguali, per gente con storie che possono smettere di essere tutte uguali. Case diverse, ognuna con il proprio destino, non per forza prevedibile. Facciate dove finalmente la simmetria si perde e l'occhio gioca a trovare corrispondenze che non ci sono e finalmente immagina. Immagina come sono dentro le case. Un'architettura che chiede di essere colonizzata dalla fantasia, che lascia spazio, che prevede, che attende l'invasione. 
Sulle facciate dei palazzi sono scritte le storie di chi ci abita, ma quando li disegni i palazzi o li costruisci, le facciate sono una promessa. Chi progetta e chi costruisce se lo dovrebbe ricordare. L'architettura è fatta per accogliere le persone con le loro storie, ma anche un po' quelle storie le scrive. Chi abita un luogo crea il luogo, ma anche è influenzato da ciò che gli sta intorno. E lì, nel dialogo intimo che si instaura tra le persone e i luoghi, credo, c'è l'architettura.


Qualcuno a commento delle fotografie postate su fb (riportate sopra) si augura che chi abiterà gli appartamenti "non chiuderà con orribili verande i balconi", l'arch. Gambardella gli risponde: "sono immaginati per essere chiusi, al sud è così e l'architettura deve diventare più bella con le aggiunte popolari!"

Questo mi piace di questo progetto, che finalmente qualcosa cambia, per strada, nelle strade che faccio sempre. Un'architettura che tiene conto di quello che c'è, che non viene da lontano, ma trasforma da dentro. Non giustapposta ma ricavata. Quando si vuole cambiare qualcosa davvero si deve cominciare dall'uscire per strada, dall'incontrare gli altri, nelle strade di sempre. 
Nelle trasformazioni qualcosa resta e qualcosa cambia. Uno la sente propria la trasformazione se si riconosce in qualche modo nel cambiamento, se dentro c'è qualcosa di familiare. Se non ti senti estromesso, ingabbiato, sei anche disposto a cambiare. Ti viene voglia di cambiare. Il nuovo deve essere stimolante non spiazzante. La bellezza va cercata nelle cose che esistono, va costruita a partire da quello che c'è. Pure perché quello che c'è continuerà ad esserci in ogni caso, quindi meglio sposarlo. Non tenerne conto sarebbe come ingenerare una inutile guerra e la trasformazione porterebbe solo ad nuovo squilibrio. 


Facciate da Napoli nord, modi di abitare, la veranda, le antenne paraboliche, i panni stesi.. 





(fermi immagine da Google Maps)
(mia fotografia da asse mediano, napoli nord) 




"Monumento alla veranda" 
disegno di Cherubino Gambardella dalla sua pagina fb

"Monumento al balcone ignoto ottimista e mediterraneo" 
disegno di Cherubino Gambardella dalla sua pagina fb






Unité d'habitation aléatoire, progetto dell'arch. Cherubino Gambardella. 
(Fotografie tratte dalla sua pag. fb)


Cherubino Gambardella descrive cosi su facebook il suo progetto "Unité d'habitation aléatoire":

"Una nuova strada oltre i montaggi di MVRDV e di Koolhaas , oltre la malinconia costosissima di kazujo seijma. L'interazione a bassa tecnologia e a basso costo. Un edificio con una moltitudine di finestre , balconi, riliev. Semplice e sontuoso come l'abito di un povero nasce per trasformare il caso in bellezza democratica.
aspetta di essere cannibalizzato per divenire potenza espressiva allo stato puro , è comune e convenzionale ma è più forte delle Vele di Scampia perché pensa solo ad oggi e si ispira agli etimi più nobili della speculazione edilizia.
A Napoli Nord in uno dei paesaggi più duri del mondo ecco un'unità di abitazione che si costruisce senza storia e senza avanguardie montando tutto nell'immaginario impreciso del tempo presente".

Disegno di Beniamino Servino su 
l'Unité d'habitation aléatoire di Cherubino Gambardella

Mi piace questo intervento di Servino sul lavoro di Gambardella, quasi me lo aspettavo, è come un ponte che unisce due sponde. 

"La lingua parlata e il linguaggio usato nella costruzione di un luogo fisico sono sovrapponibili. Quando questo non avviene chi parla quella lingua vive lo spaesamento di abitare un luogo di cui non capisce il linguaggio [non ne decodifica l'apparato iconografico-simbolico]. E allora lo rifiuta [quel luogo] e lo deturpa [quel luogo] oppure ne ha timore e lo rispetta [quel luogo]. Spesso lo consuma semplicemente. "

"Abusi di necessità. [...]
Necessario. Da cui non c'è modo di ritirarsi. Io non posso ritirarmi da un bisogno."

""Ma per essere condivisa e sostenuta [la pietas] deve essere riconosciuta. Deve essere rappresentata [la pietas] in una forma generata dal bisogno. Deve mostrare fiera la sua genesi, ma assumere una dimensione dilatata ipertrofica ciclopica smisurata, Ma ancora riconoscibile. Una anamòrfosi liberatoria, immaginifica."

(da Monumental Need di Beniamino Servino)

Caserta e Napoli. Due città diverse. Parlate diverse. Abitudini e problemi diversi. Tradizioni culinarie diverse.   Leggende diverse. Due città dalla provincia così estesa che si sfiorano, quasi si fondono senza però ancora incontrarsi. Quando guardo al lavoro dei due architetti, e lo guardo perché mi affascina e forse anche perché dentro trovo tracce rassicuranti di storie che conosco, rivedo le loro due città, poi però mi accorgo che dentro a quello che dicono e quello che fanno c'è qualcosa, di opinabile forse, ma che andrebbe bene per una qualunque città, per tutte le città. Nella diversità dei loro lavori, a volte, mi sembra che le loro città si incontrino in una nuova città possibile. Realmente possibile.


Ogni tanto sento contrapporre l'architettura italiana all'architettura internazionale. E non ne capisco il senso. Già "architettura italiana" mi sembra una enorme forzatura. Per me l'architettura è una. Consiste in un modo di fare le cose che nasce dall'esigenza di farle. Un modo di fare che assume caratteristiche specifiche in rapporto alle esigenze specifiche del luogo (posto+persone) dove si vuole costruire. E per luogo intendo proprio la città e ancora di più la porzione di città nella quale si deve edificare. Per cui tutta l'architettura è locale, strettamente connessa al luogo dove sorge e si sviluppa. Non potrebbe essere altrimenti. Il bello dell'architettura è che è fatta di teoria finalizzata alla pratica. Deve attenersi a questioni reali. Per questo anche l'architettura internazionale, per me, è architettura locale, connessa al luogo in cui nasce. Piuttosto sarebbero forse utili altri tipi di distinzioni, ad esempio fra l'architettura che è "esportabile" e quella che non lo è. Architettura "esportabile": che si sviluppa in un luogo specifico affrontando e risolvendo le problematiche legate a quel luogo ma anche che nel condurre la sua indagine, nel cercare le sue soluzioni va a fondo, nelle persone che fanno il luogo e nel territorio, a toccare questioni umane e ambientali universali, con dentro caratteri universali declinabili e adattabili a vari luoghi.

Ad una architettura esportabile piuttosto che internazionale mi fanno pensare appunto le ricerche di Gambardella e Servino. Che sono specifiche e diverse, ma dialogano tra loro e non solo tra loro e dicono cose che superano il luogo nel quale e per il quale nascono, che sono contemporanee, e partendo dalle esigenze di una comunità specifica captano e offrono soluzioni alle esigenze degli individui del nostro tempo, ovunque essi si trovino. 

Cristina Senatore